Meduse

Meduse_anteprima1MEDUSE | Narrativa italiana | a cura di Alessandra Minervini | Il nome MEDUSE non è affatto casuale. Si tratta di un esplicito omaggio alle “Lezioni Americane” di Italo Calvino sulla leggerezza: “Presto mi sono accorto che tra i fatti della vita che avrebbero dovuto essere la mia materia prima e l’agilità scattante e tagliente che volevo animasse la mia scrittura c’era un divario che mi costava sempre più sforzo superare. Forse stavo scoprendo solo allora la pesantezza, l’inerzia, l’opacità del mondo: qualità che s’attaccano subito alla scrittura, se non si trova il modo di sfuggirle. In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa”. La scrittura delle MEDUSE evoca un totem. Questo totem è la tradizione letteraria italiana: Gadda, Calvino, Buzzati, Pavese, Parise, Vittorini, Volponi, Ortese, Sapienza, Ginzburg, Morante,Tondelli. Tra i tanti. Le loro storie, ferocemente delicate, hanno raccontato la Storia e l’immaginario italiani rendendo il presente il paradigma del futuro.

  • Dicono che domani ci sarà la guerra

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    Un libro fatto di appartenenze, dove la tua patria è una sola per sempre, ma la gente è la tua gente ovunque

    Michela Murgia

    Per ricordare il centenario della discesa italiana nella Grande Guerra, LiberAria rende omaggio a una storia sempre attuale d’amore e morte.
    “Un libro fatto di appartenenze, dove la tua patria è una sola per sempre, ma la gente è la tua gente ovunque”
    Michela Murgia
    Se la splendida canzone di Sergio Endrigo La guerra fosse un romanzo sarebbe questo: l’opera prima diFranco Arba Sanna, promettente esordiente dell’agenzia sarda Kalama (http://www.agenziakalama.it/).
    Con la canzone, questo romanzo ha in comune l’atmosfera bellica e la voce malinconica: il protagonista della storia è Enrico, un ragazzo sardo, costretto dalla fame e dalle circostanze sociopolitiche ad arruolarsi nella Grande Guerra, un eroe buono dalla parte dei diseredati, un personaggio intimista che rientra a pieno titolo tra i romantici della letteratura.
    Una volta in guerra Enrico combatte per conquistare i suoi due amori: la Sardegna, l’unica terra che lui identifica come patria e che è costretto ad abbandonare, e Paska, la sorella del suo compagno di trincea, di cui si innamora a prima vista. Enrico è un puro, e ha uno sguardo innocente sulla vita di cui è affamato: in ogni sua scelta/non scelta è mosso da un’unica speranza cieca, che ricorda quella del grande Gatsby per la sua indole da ostinato sognatore, che non abbandonerà mai neanche nel tragico epilogo finale. E in comune con Gatsby Enrico ha anche qualcos’altro: l’amore incondizionato per Paska, per la quale è disposto a tutto tranne rinunciare alla sua personale battaglia per la lealtà, per gli ideali patriottici, per la sua terra.
    Franco Arba ci consegna un’eredità narrativa potentissima: la coscienza dei posteri. La Grande Guerra diventa così il terreno di una presa di coscienza politica dei tanti soldati, sardi e non, che si trovarono uniti nei combattimenti, nella vita di trincea, nella lotta contro le ingiustizie della povertà e nel progressivo ripudio della monarchia.

     

    • autore: Franco Arba
    • 256 pp.
    • 15€
    • in libreria da gennaio 2015

    5,9915,00
  • L’età definitiva

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    Filippo La Porta Left, 2010

    Il romanzo è ambientato principalmente a Palermo, nella borgata di Brancaccio, dove la mafia è una presenza spettrale e invasiva: non si vede, ma si odora. La maggior parte delle vicende si concentra nel biennio 2011-2012 ma il 1992, anno delle stragi di Falcone e di Borsellino, ritorna spesso nella narrazione come trauma personale e collettivo. In tutto il romanzo, il ventennio 1992-2012 si rivela infatti un periodo di passaggio cruciale in cui l’umanità galleggia, in attesa di una nuova era o di un abisso definitivo. Il protagonista si chiama Nico Chimenti e racconta, in prima persona, la storia della morte del suo gemello Leo , “il Conte” (esplicito riferimento al Conte Mascetti dell’indimenticabile film Amici miei di Mario Monicelli). Nico Chimenti è un trentenne ferito, lacerato dall’assurdo che lo circonda, un po’ come Lo straniero di Albert Camus. Il passaggio all’età adulta per lui non è ancora avvenuto e si compie mentre tutto torna ossessivamente all’anno della morte del gemello, il 1992, quando Nico e Leo avevano tredici anni: i compagni di scuola, la musica e il pallone, le prime ragazze. Da questo passato inquieto riemergono i ricordi, i misteri e i segreti di famiglia che cambieranno per sempre le sorti del protagonista. Attraverso flashback ed ellissi, la narrazione scorre e affonda in un passato labirintico, una storia di famiglia e violenza raccontata con i toni del grottesco e del paradosso.

    La vicenda inizia quando Nico torna a Palermo per il breve periodo delle vacanze di Natale. Nella casa di famiglia ricomincia per lui un dialogo con Palermo e con quello che rimane della sua famiglia, soprattutto la madre Doris, una donna d’origine tedesca, immalinconita dalla vita al punto da farne malattia. Nel frattempo, grazie all’aiuto di un vecchio compagno di scuola, Nico prova a restare in Sicilia, riscoprendo le sue radici, i suoi sapori e i suoi odori. Ma nonostante la dolcezza dell’Iris (il tipico dolce palermitano che Nico addenta ogni mattina, prima del lavoro), la vita palermitana si rivela un pericoloso buco nell’acqua. Nico decide di tornare a Roma, portando con sé Simona, un tempo perdutamente innamorata di Leo e ora compagna di Nico. Ma quando Nico torna nuovamente a Palermo, il passato torna a cambiare le carte in tavola, come un cadavere che si rivolta nella tomba.

    Il mondo narrativo di questo romanzo ruota intorno all’idea che ognuno di noi ha un’età definitiva: “L’assunto è banale: ogni uomo e ogni donna appartiene a un anno preciso, un tempo perfetto, in cui il proprio volto è realmente suo; per il resto della vita, ognuno non fa che inseguire quell’età o rimpiangerla: ecco, quindi, la donna col viso dei dodici anni, le gote gonfie e indecise, lo sguardo né infantile né adulto, condannato ai dodici anni e costretto ad andare oltre; oppure il bambino col broncio del quarantaduenne, l’espressione disillusa tra gli occhiali e il labbro, la noia per lo sgocciolio del tempo”.

    La voce dell’autore mima le voci di un’Italia che si frantuma e si sfalda in una miriade di mondi irreali, di sogni e di incubi, di delusioni e di solitudini, e in cui l’amore si presenta ora sotto forma di salvezza, ora d’illusione: “Le isole non stanno da sole, le isole si cercano, tendono a mettersi insieme, e quindi fanno gli arcipelaghi, come delle costellazioni. Infatti neanche le stelle, nel cielo, stanno da sole. Però questo è un altro discorso”.

    Giuseppe Schillaci mescola bene i tempi e le atmosfere del nomadismo individuale contemporaneo e restituisce un dipinto cinematografico dell’Italia, in particolare di Palermo e di Roma: simboli del decadimento, ma anche di una, mai rassegnata, ricerca di radici.

     

    • dimensione 14X22
    • 300 pagine
    • 18 €
    • isbn 978 – 88 – 97089 – 84 – 1

    7,9918,00
  • Un segreto che non guardo ma che sta al centro del cortile

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    Chiara Dotta anima anche lo sfondo su cui si muovono le figure dei personaggi: deve avere un talento particolare, più diffuso tra i fotografi che tra gli scrittori

    Dario Voltolini, scrittore

    Daria si fa del male da sola. Si autopunisce per un senso di colpa che viene da lontano: dalla violenza infantile, dall’educazione sentimentale, dalla difficoltà di accettare la sua femminilità. Questo scrigno d’amore e ombra è racchiuso dentro la geografia, metaforica, di un cortile in cui è implosa l’infanzia della protagonista. La sua storia è quella di chi crede di poter vivere senza porsi domande e senza prima aver fatto la pace con se stessi, spazzando via il passato e non considerando le proprie aspirazioni. Riuscirà Daria a vincere la paura, il senso di colpa trovando la consapevolezza di sé e la libertà? Più volte Daria sembra non riuscire, in anni fatti di mille fughe incise dentro attimi di luce, nelle pareti strette dell’esistenza. L’esordio letterario di Chiara Dotta non sfugge al dolore ma lo salva, e ci salva, con l’ironia. La sua scrittura succede. Non conta tanto l’avvenimento ma ciò che scatena nella coscienza. L’interesse principale dell’autrice è cogliere, in un piccolo tratto di vita del personaggio, la sua essenza e la sua intera esistenza. È un romanzo di formazione, cioè il percorso dall’infanzia all’adolescenza di una bambina che diventa donna e che fino alla fine tiene il lettore avvinto a un segreto che (forse nessuno) guarda ma che sta al centro della vita. La nostra.

     

    • dimensione 14X22
    • 150 pagine
    • isbn 978-88-97089-81-0

    5,9915,00
  • L’odore della plastica bruciata

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    Giuseppe De Marco Giudizio universale
    Giovanni Battista Menzani è il George Saunders nostrano/porto_blockquote]

    Un’immensa periferia globale e stereotipata, fatta di svincoli autostradali e capannoni prefabbricati, outlet di cartapesta e cartelloni pubblicitari. Un panorama desolante e spietato, popolato da persone disilluse e incattivite, apparentemente senza prospettive in un contesto sociale degradato e sfilacciato, caratterizzato dalla precarietà e da una pesante crisi economica. In un luogo anonimo e omologante. Quello di Giovanni Battista Menzani è un esordio narrativo potente in cui l’autore, con humour spietato e preveggente, racconta le sorti del nostro tempo con una cifra stilistica disincantata, mai cinica o crudele, ma dotata di grande sensibilità e carica umana. L’odore della plastica bruciata è una raccolta di tredici racconti surreali e grotteschi, piccoli frammenti di una vicenda umana più ampia, assurda e commovente. Un mondo che è il nostro e allo stesso tempo è altro. Un mondo all’eccesso, in cui cose che conosciamo crescono enormemente e giganteggiano, accettate dai personaggi come normali, senza ribellioni o fughe. Perché il loro è un mondo gigante, invisibile, che sta dentro il nostro.

     

    • dimensione 14X22
    • 170 pagine
    • 12€
    • isbn 978-88-97089-76-6

    4,9912,00
  • Mia moglie e io

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    Uno dei testi letterari più belli degli ultimi mesi

    Giorgio Vasta RCult Repubblica

    Un esordio potentissimo e atteso da molti noti scrittori della narrativa italiana contemporanea. Con il passo di una ballata, Mia moglie e io mette in scena un protagonista che fa i salti mortali affinché la mancanza di lavoro, e dunque di realizzazione personale, non lo annienti del tutto. Seguendo il ritmo di un montaggio alternato, il protagonista si inventa un mestiere e, con la moglie, mette in scena atti efferati. I due interpretano cadaveri, immaginando le loro storie, e girano cortometraggi che sperano possano dare loro, un giorno, una parossistica notorietà. A questa narrazione si unisce quella dei lavori che il protagonista svolge a tempo determinato: le esperienze da manovale, da commesso libraio e da orientatore. Lavori esercitati con sovrumano impegno e ossessiva epicità. La ballata incede con un registro umoristico: humor nero che informa e deforma. La danza si svolge tra il protagonista e la propria sconfitta, la depressione, che assume di volta in volta sembianze diverse fino a mostrare la sua vera identità ovvero quella di una donna con la quale il protagonista instaura un rapporto sensuale e perverso, di repulsione e attrazione. Il controcanto di una tale esistenziale lotta per la sopravvivenza è la dolcissima storia d’amore con la moglie del protagonista: la sua anima complementare. Speculativo lui, pragmatica lei; astrattamente furioso l’eroe, altrettanto dialogante l’amata: pur essendo precaria, insegnante di scuola media, dimostra al marito la possibilità di salvezza.

     

    • dimensione 14X22
    • 236 pagine
    • 15€
    • isbn 978-88-97089-77-3

    5,9915,00
  • Volare sott’acqua. Racconti per chi non ha tempo di leggere

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    Fabio ha l’invidiabile caratteristica di saper scrivere storie malinconiche con grande ironia, alternando commozione e comicità con uno stile tutto suo

    Matteo B. Bianchi

    Volare sott’acqua è una raccolta di racconti tragicomici, pungenti, imprevedibili: storie che raccontano brevi e brevissimi scorci di vita quotidiana come fulmini a ciel sereno. L’eccezionalità (dell’amore, della vita, dei sentimenti privati) diventa la regola. I personaggi si ritrovano in situazioni diverse (l’inizio e la fine di un amore, un incontro casuale, stress lavorativi, litigi di famiglia) che la rapidità della scrittura di Lubrano cattura con un tono sempre garbato. La vita è difficile, ma basta poco per renderla più leggera, basta l’amore: “Qual è l’emozione più pura che hai provato?” gli chiese lei, un pomeriggio. Gianni non era sicuro di aver capito bene il senso della domanda. “Per pura intendo un’emozione libera da qualsiasi altro sentimento”, spiegò Silvia, “un’emozione che non nasce da un’aspettativa in qualcosa, che non pareggia la frustrazione, non è contaminata dalla passione, dalla rivalsa e così via.” Lì per lì non seppe cosa rispondere. Gli venivano in mente tanti episodi, ma nemmeno uno che fosse privo di sentimenti accessori. Poi visualizzò l’immagine di una piccola giacca a vento azzurra. “È successo qualche anno fa”, raccontò Gianni, “nevicava. Probabilmente era perché nevicava che…”, e finalmente confessò: “Vedi, sono sempre stato un pinguino in tutte le mie vite precedenti.” Lubrano mette insieme le cose più diverse. Come un quadro di De Chirico. Una scrittura metafisica che gioca con i paradossi dell’esistenza. La ferocia malinconica con cui, in poche battute, inchioda il mondo è tipica degli autori pronti a schierarsi dalla parte del paradosso (e dell’ironia) prima che dalla parte della cosiddetta realtà (e della tragedia).

     

    • dimensione 14X22
    • 128 pagine
    • 12€
    • isbn 978-88-97089-37-7

    4,9912,00
  • Il metodo della bomba atomica

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    Un romanzo dove il mistero, l’amore, si intrecciano in modo morboso e ossessivo fino a un epilogo che sembra sorprendere gli stessi protagonisti della storia, oltre che ai lettori

    Sull’amore tutti si chiedono come funziona, da cosa dipende, qual è il suo gruppo sanguigno, quando inizia e per quanto tempo dura. Nessuno lo sa. Ma tutti hanno qualcosa da dire o da tacere in proposito, esprimendo un desiderio o raccontando la propria storia. Come fa Noemi Cuffia ne Il metodo della bomba atomica, atteso romanzo d’esordio di questa ragazza torinese che da semplice blogger è diventata un punto di riferimento tra i nativi digitali e gli appassionati della scrittura e della lettura in Rete. Quella che Noemi racconta è una passione amorosa che stravolge la vita di Celeste, Leone e Umberto. Non è il classico triangolo amoroso. È una sorta di doppia spirale in cui la passione nutre e distrugge l’amore e viceversa. Celeste e Leone sono una coppia destinata a stare insieme sin dai tempi dell’infanzia: “Vivendo nello stesso quartiere, si sarebbero frequentati alle elementari, alle medie, alle superiori, rincorrendosi di due anni, amandosi come fratelli, come amici, come fidanzati in un passaggio che era parso a tutti inevitabile. Il primo bacio non aveva sorpreso nessuno, durante una vendemmia in campagna, nel settembre del 1994, verso il tramonto, dopo essersi tenuti per mano tutto il giorno. Era stato un bacio naturale, simile a mangiare acini di uva”. Ma quando i due, ormai compagni di una vita, assistono al ritrovamento del cadavere di un uomo dalla profondità del lago artificiale emergono vecchi dolori e misteri di cui Celeste pensava di essersi liberata.

     

    • dimensione 14X22
    • 152 pagine
    • 15 €
    • isbn 978-88-97089-38-4

    5,9915,00