Intervista a un libraio/1: Arcangelo Licinio della libreria Zaum di Bari

Intervista a un libraio/1: Arcangelo Licinio della libreria Zaum di Bari

Uno dei progetti che L’Ora d’Aria ha intrapreso fin dalla sua nascita (recente ma, si spera, lungimirante) riguarda il dare più spazio possibile al mondo dell’editoria indipendente e a tutto quello che, attorno a quel mondo, gravita senza sosta. Dopo avervi proposto la lettura dell’articolo pubblicato da Literary Hub sulle librerie indipendenti americane e sulla loro graduale ascesa, abbiamo deciso di farvi ascoltare direttamente le voci dei librai indipendenti italiani, in modo da comprendere il modo in cui si organizzano e lavorano, ma soprattutto il progetto culturale che intendono portare avanti. Partiamo dalla nostra città, Bari, e dalla libreria Zaum, “guidata” negli ultimi anni da Arcangelo Licinio. Buona lettura! 

di Giorgia Fortunato

Prima di tutto, puoi spiegarci qual è la differenza tra una libreria indipendente e una libreria di catena?
La differenza sta nella possibilità di scegliere i libri e nel modo in cui farli arrivare in libreria. Nelle librerie di catena i libri sono legati a una propria distribuzione di riferimento: ad esempio il circuito Feltrinelli ha un suo canale di distribuzione, il circuito Ubik ha Fastbook, cioè Messaggerie, mentre una libreria indipendente si procura i libri un po’ come vuole. Non ha nessun vincolo nel farseli arrivare né sul canale di distribuzione da utilizzare, può scegliere quelli che desidera. So che nel circuito Ubik c’è un margine di scelta, e forse anche in quello Feltrinelli, e che io sappia c’è pochissimo nel circuito Mondadori.

Come avviene il contatto tra libreria indipendente e casa editrice? Chi contatta per primo l’altro?
Dipende. Quando è nata Zaum, siamo stati noi a contattare per primi gli editori indipendenti. Ma ormai è da un po’ di anni che sono gli editori a proporsi per essere distribuiti in libreria. Ogni tanto mi capita ancora di contattare qualche editore per chiedergli se vuole aprire un conto deposito da noi. Ma è un rapporto che varia.

Qui a Zaum possiamo trovare anche libri di grandi case editrici oppure preferisci concentrarti solo sulle piccole e medie?
Zaum sin dall’inizio nasce con l’idea di valorizzare l’editoria indipendente, quindi se ti guardi intorno puoi vedere che la maggior parte dei libri sono di editori indipendenti, da quelli più conosciuti a pubblicazioni minuscole. Questi libri, grazie al rapporto diretto, non fanno rotazione, possono restare qui senza essere resi. Però si trovano anche libri di grandi editori, e questo accade principalmente per due motivi: o esce qualcosa di bellissimo che bisogna per forza avere, oppure perché chi frequenta Zaum richiede una serie di libri, e questo avviene nella maggior parte dei casi.

Nella vostra libreria ci sono due sezioni, quella dei “remainders” e quella dell’usato. Come funziona il processo di sconto del 50% riguardante i primi e da dove proviene il vostro usato?
Quello dei remainders è un circuito come quello della grande distribuzione. In questo caso esistono diversi distributori, e uno in particolare è sempre del gruppo Messaggerie (in Italia, di fatto, esiste solo quello), che propone per i libri uno sconto molto più alto, permettendo poi al libraio di proporre il 50%. La differenza tra il remainder e il libro “x” acquistato dalla grande distribuzione è che sul remainder il libraio non ha diritto di resa, cioè lo acquista e basta. Al contrario, ad esempio, un libro Einaudi io posso comprarlo e, nel caso non riesca a venderlo, renderlo al distributore. Quindi il processo di sconto avviene perché si parte da quello molto alto permesso dalla grande distribuzione.
L’usato, invece, arriva in tanti modi diversi. C’è chi viene qui a proporlo, oppure perché c’è qualcuno che ha bisogno di liberarsene, come nel caso di quelle situazioni particolari per cui una persona viene a mancare e figli e nipoti non sanno che farsene dei libri che ha lasciato. Quindi alcuni si recuperano in questo modo. Altri li vado proprio a cercare nei mercatini oppure on line, per farli arrivare in libreria: prime edizioni, edizioni particolari, libri che non si trovano più. E devo dire che questo tipo di usato è quello che dura lo spazio di un paio di post di pubblicizzazione, mentre quello “classico” rimane in libreria anche un po’.

Il nome zaum, che proviene dal russo, dà l’idea di qualcosa di sperimentale e avanguardista. Come si riflette questo significato nel progetto culturale della tua libreria? In cosa la definiresti “sperimentale”?
Ci tengo a dire che il nome non l’ho scelto solo io. La libreria è nata ormai cinque anni fa ed eravamo diverse persone, quindi questo nome è stato frutto di una scelta collettiva, anzi credo che in particolare non sia neanche arrivato da me. Lo scegliemmo, allora, per l’aspetto che hai sottolineato tu: zaum è questa parola del futurismo russo, un neologismo che significa il trasmentale, una sorta di “oltre” linguistico così com’è, e che dà l’idea della massima libertà espressiva. La cosa bella è che  subito dopo scoprimmo che la stessa parola, in tedesco, si riferiva al morso che si mette ai cavalli. Quindi zaum significa da un lato la massima libertà di espressione, dall’altro la massima costrizione e regolazione. Ci piaceva giocare con questi aspetti. A questo proposito, la libreria nasce con l’idea di sperimentare nuove forme di socialità legate al libro; e la sperimentazione sta nel fatto che si lascia attraversare dalle persone che la popolano e che la riempiono di iniziative ed eventi. Da questo punto di vista è più un luogo di socialità e di socializzazione che non una qualunque altra cosa. Certo, si socializza a partire dai libri. Il libro è un’occasione di incontro.
Tornando alla costrizione, Zaum allo stesso tempo deve fare i conti con il mercato. È pur sempre un negozio, no? Quindi anche nella sua organizzazione si gioca questo doppio significato del nome.

Tornando al concetto di socializzazione, c’è da dire che Zaum conta, nel suo calendario, tanti eventi e presentazioni, tra l’altro adatti a un pubblico più trasversale possibile. Si va dai laboratori per bambini a incontri sulla poesia e gruppi di lettura. È semplice o difficile organizzare questi eventi e pubblicizzarli? Che riscontro ti aspetti?
Devo ammettere che è molto semplice, soprattutto perché tante delle proposte arrivano da sole. Ad esempio, quest’anno non ho dovuto pensare personalmente a tutta la programmazione. Parte di questa è arrivata in forma di proposta, e altre sono nate o giunte così, per caso, come il ciclo di incontri sulla poesia. Quest’ultimo è nato, ad esempio, perché l’anno scorso venne qui un’autrice a presentare il suo libro dedicato alla poesia del Novecento e al mito, e parlando abbiamo deciso di provare a fare un ciclo di incontri sulla poesia contemporanea. Questo rende tutto molto semplice, non programmato in maniera stretta e rigida.
Dal punto di vista della riuscita, c’è da dire che funzionano. Non so dirti perché. Molte persone hanno identificato Zaum come uno spazio anche loro, per cui la notizia di un evento organizzato in libreria si muove anche a prescindere da quello che io posso fare per raggiungere gli altri. Lo strumento che utilizzo di più sono i social network, che sono ormai la forma di comunicazione principale, dagli eventi ai libri, e anche in tal caso osservo che alcune cose postate sulla pagina di Zaum rimbalzano da sole da qualche altra parte perché sono considerate interessanti. Quindi no, non è particolarmente complicato.

Gli ultimi dati ISTAT hanno evidenziato un ulteriore calo di lettori al sud (con uno scarto di circa il 20% rispetto a quelli del nord). Da librario, come te lo spieghi?
Io sinceramente non so dare una spiegazione al perché ci sia una differenza così netta. In realtà, quello a cui io non so rispondere è proprio perché si legga sempre meno. L’idea che ho è che la lettura sia sempre meno fatta percepire come un’esperienza di godimento e di piacere. I nuovi spot di promozione alla lettura o il modo in cui spesso i cosiddetti “intellettuali” la promuovono è sempre su una formula del tipo “voi che non leggete siete stupidi, non conoscete abbastanza, non avete gli strumenti per interpretare il mondo”, quindi prevedono sempre una forma di giudizio. Però quello che non viene comunicato è come leggere sia innanzitutto un’esperienza appunto di piacere e che, come tutte le forme di piacere, può crescere. Come nella musica, c’è bisogno di allenare l’orecchio. Quindi all’inizio una persona potrebbe non trovare piacevole leggersi Faulkner o Joyce o Gadda, però il principio è sempre quello: si legge perché si trae godimento.

La lettura intesa come ricerca, giusto?
Sì, che nasce soprattutto da una soddisfazione. D’altro canto, per quale altro motivo bisognerebbe leggere narrativa se non per soddisfare un desiderio? Sono convinto che tutta la problematica del calo della lettura sia legato alla difficoltà di comunicare come leggere sia bello, possa essere bello. E questo passa dalle scuole, dalla difficoltà di far vedere agli studenti come leggere sia così. A questo proposito, una cosa molto interessante che ho sperimentato quest’anno e che va in controtendenza rispetto a ciò che si dice, sono gli incontri di poesia. Sono stati molto frequentati dai ragazzi delle scuole, che si sono approcciati anche per la prima volta a questo genere. Si è tentato di presentare la poesia non come quell’alta dimensione di sensibilità di cui solo il poeta gode o chi la studia, ma come parola poetica. E ovviamente la parola poetica è molto più vicina ad alcune forme di parola che i ragazzi sono abituati a frequentare, come ad esempio il rap, perché ha ritmo e musica. E questo modo di presentargliela, facendogliela sentire, ha fatto sì che gli incontri fossero frequentatissimi e che si comprassero i libri. E quando un adolescente compra un libro è un atto importante, perché se quei 15 euro che dovrebbe spendere per altro li spende per un libro, significa che quella cosa gli piace. Questo mi ha reso ancora più convinto del fatto che, in genere, non sia fatta passare la parola letteraria come qualcosa che dà piacere. Questa è l’unica spiegazione che ho. Le spiegazioni di natura sociologica non le conosco, non so neanche fino a che punto siano attendibili.

Pensi che Bari si stia evolvendo da questo punto di vista? Può essere considerata una città di lettori?
Zaum ha un punto di osservazione molto piccolo. È una piccola libreria indipendente, non è frequentata dalla città come può esserlo una Feltrinelli. Chi viene qui ha in qualche modo a che fare con i libri, quindi non ho un punto di vista universale ma particolare. La città che vedo riflettersi dentro Zaum è attenta alla lettura, interessata a iniziative culturali, quindi una città bellissima. Chiaramente non è la stessa che è fuori, ma non del tutto. Non bisogna pensarsi come un corpo separato: chi attraversa Zaum è questa città, io sono questa città. Il fatto di esistere da cinque anni è anche indicativo del fatto che Bari ha coltivato Zaum, quindi la percezione è positiva. La libreria esiste perché Bari l’ha fatta vivere, quindi qualcosa pure significherà.

Per concludere, ci dai qualche consiglio di lettura per l’estate?
Un libro che a me è piaciuto tanto è Il peso minimo della bellezza di Azzurra De Paola. L’ho trovato bellissimo. La scrittura è in prosa, ma poi ho scoperto che la scrittrice viene dalla poesia e si vede. Ma oltre ad essere scritto molto bene, è un fantastico libro sull’amore, sia quello materno che, metaforicamente, l’amore in quanto tale. Lo porta al paradosso e all’eccesso, fa vedere come sia anche qualcosa di negativo. E l’altro elemento che mi è molto piaciuto è che sembra un trattato di psicanalisi in forma letteraria. Ci sono dei passaggi in cui alcuni elementi “classici” del discorso psicanalitico, come lo sguardo della madre, sono descritti come esperienza vissuta in una forma molto più comprensibile di quella teorica e tecnica. Certo non è un libro facile e leggero, ma è un libro che fa male.
Un altro consiglio è Vício louco, un libro autoprodotto e autodistribuito, quindi non ha un editore dietro. È  scritto da Luca Sinesi, un ragazzo italiano che ha vissuto a lungo in Brasile, e da João Avelar Lobato, un autore brasiliano. È un noir che si svolge tra Bari e il Brasile, scritto con un linguaggio sporco, quindi la materia letteraria è trattata come materia rude. Da un lato ti fa vedere un Brasile quasi sconosciuto, quello urbano, dall’altro ti porta anche qui a Bari, perché il protagonista è un ragazzo barese che si trova a vivere a Recife e che a un certo punto scompare, e un investigatore privato inizia a mettersi sulle sue tracce. Lo sto consigliando perché è uno di quei libri che, per esempio, è perfetto per avvicinare alla lettura chi di solito non legge.

Per tutte le informazioni sui libri e gli eventi di Zaum (e magari per qualche altro consiglio di lettura), potete dare un’occhiata qui.