L’esemplare vicenda di Augusto Germano Poncarè di Amleto De Silva

L’esemplare vicenda di Augusto Germano Poncarè di Amleto De Silva

Cari lettori, da giovedì 24 maggio in libreria troverete finalmente “L’esemplare vicenda di Augusto Germano Poncarè”, il nuovo romanzo di Amleto De Silva.

Per festeggiare, oggi sul nostro blog c’è un assaggio del primo capitolo.

Buona lettura!

 

 

I

 

Anche adesso che lo guardo dall’alto, mentre si porta la mano al petto, che pare possente e invece è soltanto grasso; mentre lo guardo dall’alto respirare a fatica, sapendo che ognuno di quei respiri affannosi potrebbe essere l’ultimo, anche adesso non riesco a provare simpatia per Augusto Germano Poncarè.

Anzi.

Mi ritrovo a osservare me che aspetto che finalmente lo esali, quell’ultimo respiro che me lo leverebbe di torno per sempre; e scopro che sto sorridendo, per la prima volta dopo tanti anni. Il sorriso è una cosa che se ce l’hai non te ne accorgi e se ti manca te ne rendi conto eccome, direbbe Augusto Germano Poncarè, e anzi credo che questa cosa qua l’abbia scritta proprio lui, e se non l’ha scritta è solo perché non ne ha avuto tempo o voglia. Lui è (o meglio: sta per essere stato) il Signore Incontrastato della Banalità, il Supremo Dominatore della Cretinata Spicciola Buttata Lì, il Corsaro del Grazie Al Cazzo. Fatto sta [che questa cosa che, da quando lo conosco (e lo conosco praticamente da sempre, questo tronco di carne morente) io non ho mai sorriso], e quando uno non sorride se ne accorge sempre, e – anche se l’ha scritto Poncarè non me ne frega niente – non gli permetto più da tempo d’inquinare la banalità della mia vita con la melma delle sue parole scontate. Quelli come lui sono solo la brutta colonna sonora di un mondo che esiste anche senza di loro: servono giusto a rovinare tutto, ma non sono loro a creare ciò che rovinano, anche se sembrano convinti del contrario. Quelli come lui – che non si capisce cosa cazzo esistano a fare, se non per ricordarci quanto sappiamo essere bassi e miserabili, quanto in là possiamo spingerci nei territori della vacuità – è meglio che scompaiano.

Mi osservo mentre lo osservo morire (“mentre lo guardo schiattare” sarebbe più onesto) e mi rendo conto di essere consapevole che la sua scomparsa (preferisco scomparsa a morte, è meno violento ma più vicino al mio desiderio di cancellare ogni traccia di questo coso inutile) lascerà comunque rovine, e distruzione, e schiere di suoi seguaci pronti a prenderne il posto, ma non me ne importa niente.

Sono consapevole che pure il mio tempo sta per scadere, e anche di questo non m’importa niente. M’importa, invece, che vada via prima lui. Mi basta un respiro, mi accontento di sopravvivergli per una frazione di secondo. Non l’ho contrastato abbastanza, quando era vivo, anche se a mia discolpa va detto che era più cattivo, più ricco e più determinato di me.

Augusto Germano Poncarè è stato (che bellezza poter parlare di lui al passato, anche se non è ancora morto, e che cosa curiosa che sia un futuro di pochi secondi a consegnarmi la leggerezza della sua scomparsa) ricco, cattivo e determinato, il mio esatto opposto, ed è notoriamente falso che gli opposti si annullino o si attraggano. Gli opposti si attraggono sì, ma come due pugili sul ring e, credetemi, non è un bel tipo d’attrazione, sul quel ring volano cazzotti, e vince sempre il più ricco, il più determinato, il più feroce. Sempre. La favola che ogni tanto tocchi anche a quelli come me, come voi, è una cazzata inventata da quelli come Augusto Germano Poncarè per farvi salire sul ring nel quale lui e quelli come lui vi faranno – letteralmente – a brandelli.

No, non sto divagando. Mentre rifletto, mentre vi parlo, mi godo lo spettacolo: il suo respiro si fa sempre più pesante, adesso la mano che aveva sul petto è rivolta verso di me. Mi guarda e sembra stupito di vedermi, l’infame: eppure avrebbe dovuto saperlo che ci sarei stato, che mi sarei bevuto ogni istante della sua morte, per poi potermi concedere quella frazione di secondo necessaria per gioire della sua scomparsa. Avrebbe dovuto sapere che sarei uscito al momento giusto dalla fogna nella quale mi aveva chiuso, anzi buttato, anni prima, lasciandomi a macerare in una vita orrenda, concentrata unicamente nell’osservazione della sua carriera. Perché, vedete, la sua non è stata una vita. La mia lo è stata, per quanto misera. La sua è stata piuttosto una carriera, un rincorrersi di traguardi uno più inutile dell’altro. E ora, guardandomi incredulo, si rende conto che la sua non sarà nemmeno una morte, ma una scomparsa. Sarà solo un capoufficio che va via, portandosi dietro l’alone di ingiustizie e meschinità che necessariamente accompagnano ogni carriera.

Un capoufficio non muore. Achille, muore. Patroclo, muore. Perfino Hitler, muore. Un capoufficio no: un capoufficio svanisce nelle sabbie mobili della sua nullità.

Intanto, però, mi accorgo che Augusto Germano Poncarè sta soffrendo, e la cosa mi sta bene. È quello che aspettavo da una vita, e mi rendo conto con sollievo che la paura che mi sono portato dentro per anni, la paura di provare pietà per lui in questo momento, era soltanto una di quelle fisime che usiamo per complicarci la vita, una di quelle ansie che ci fanno svegliare la mattina e che, se non le avessimo, col cazzo che metteremmo piede fuori dalle lenzuola.

Perché in questo momento non provo paura, di nessun tipo. Sono felice, invece, di vederlo a terra mentre la consapevolezza che è finita gli avvelena gli ultimi momenti. Sono felice perché se lo merita.

 

Mi osservo mentre lo osservo morire, e sono felice.

Finalmente.

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