Un innamorato nell’Apocalisse, Orazio Labbate

Un innamorato nell’Apocalisse, Orazio Labbate

“Un innamorato nell’Apocalisse” è il primo racconto della raccolta di Orazio Labbate “Stelle Ossee”. È apparso nel numero di luglio 2015 di «Nuovi Argomenti», sulle riviste statunitensi «PEN/America» e «Guernica/Pen Flash series» nella traduzione di Anne Milano Appel, con il titolo “In Love, Post-Apocalypse”. Ve lo proponiamo in occasione dell’incontro con l’autore che si terrà venerdì 21 aprile alle ore 19:30 presso la Libreria Assaggi, a Roma. A dialogare con Labbate, Stefano Friani e Emanuele Gianmarco (Racconti edizioni).
Buona lettura!

Un innamorato nell’Apocalisse

Per lungo tempo, calcificata nel letto con la sua ombra, è rimasta la sagoma di Nathalie. Il sole debole ne illumina i contorni e ogni mattina lascio le lenzuola libere perché non ne occultino il punto. Intanto il mondo fuori gela e mi trovo costretto a raccogliere i travertini per chiudere le imposte di legno delle finestre perché il grande freddo spacca in due le porte, i pali della luce, le lucciole. Alcune stelle riluccicano e il cielo si sta spegnendo. Era fuggita quando dormivo, nel buio della notte, per i boschi, qui, nel Minnesota. Ricordo che mi alzai di scatto mentre dei lampi celesti mi costringevano a uscire di casa. Io la rincorrevo scalzo e intravedevo la sua vestaglia oscillare in mezzo ai tronchi mentre gli alberi facevano silenzio. La terra era piena di neve e le orme di lei la sporcavano. Inseguii quelle orme, avevo il fiato pesante e particelle di nevischio mi erano entrate in bocca. Non la vidi più, l’avevo perduta. Sarà morta congelata Nathalie? Con gli occhi blu tinti di bianco mi venga a dare un bacio nel sonno prima di andare nell’Aldilà. Non incontravo esseri umani da un anno, i miei vicini erano morti di fame. Giorno dopo giorno finivano anche le mie provviste di cibo. Scesi allora in cantina per accertarmi di quanto mi era rimasto e da una delle finestrelle vedevo la neve cambiare di colore, le foglie cadere come la cenere. C’era così freddo che le lacrime non mi uscivano dagli occhi. Mi diressi in fondo alla stanza, dove tenevo il sacco di riso e lì accanto c’era il carillon di Nathalie. Lo aprii. Il corpicino della ballerina era arrugginito a causa del tempo trascorso dentro quella scatola nera. Toccai il giocattolo che però non funzionava e lo richiusi con entrambe le mani. Mi prese un dolore allo stomaco mentre dalla scatola arrivava un’ultima eco dell’ingranaggio interno. Era la prima volta che volevo dimenticare Nathalie. Aprii allora la finestrella e con tutta la forza lanciai il carillon nella neve. Pareva un corvo che cadeva tra le ramificazioni di una quercia. Perché hai scelto il bosco Nathalie? Ci facevamo l’amore sotto un acero, ricordi? Quella notte nel bosco non puoi non avermi sussurrato ti amo. Per terra c’era la sua coperta e la strinsi con la mano destra per calmarmi. Possa io morire per quello che sto per fare, mi dissi. A quel punto raccolsi il sacco di riso e risalii dalla cantina. Mi diressi nello studio. Dietro alla scrivania era appesa la cornice che conteneva la pergamena della mia laurea in Lettere, che si arricciava ai bordi emettendo un suono impercettibile. Rividi il giorno della mia laurea. Nathalie era lì a tenermi la mano nella cerimonia di consegna dei diplomi, e a me non importava dei meriti, delle lodi, di tutta la materia di cui è fatta la vita di un uomo, mi importava solo di lei. Aprii il cassetto della scrivania, sfogliai la prima pagina di uno dei miei manoscritti e l’incipit diceva: “Ho conosciuto i tuoi occhi blu durante l’adolescenza”. Piansi per quelle parole combattendo contro il freddo che mi faceva tremare le dita. Mi ripetevo: Nathalie cosa ti ho fatto? Ho forse sbagliato ad amarti durante quest’epoca in cui il mondo sta finendo? Noi non ci saremmo persi. Ci saremmo riconosciuti nell’Oltretomba dove m’avresti preso tra mille altre anime nell’acqua, in una terra rossa 11 sconosciuta, in una bara, strettissimi, con gli occhi spalancati, perché anche lì il nostro amore avrebbe consumato il legno come la Terra fa adesso con la mia casa. Mi recai allora in soggiorno col manoscritto tra le mani decidendo di sotterrarlo in giardino dove avevo creato un piccolo cimitero di bestie che appartenevano a Nathalie. Il cane, Tom, lo avevo già seppellito tempo prima. La pala durante il seppellimento perdeva ferro e il cane accasciato manteneva gli occhi aperti. Blu come quelli di Nathalie. Per un attimo pensai che sognasse un angelo quando prima di morire nella sua cuccia mi aveva sorriso. Ma i cani non sognano gli angeli poiché i cani non hanno fede. Lo ricoprivo di terriccio, la gola mi faceva male e con tutte le forze urlai una parola mentre con il resto del corpo esausto mi sdraiai accanto all’animale. «Nessuno può seppellirci insieme, Dio non è un becchino», ripetevo in quegli attimi. Mi rialzai e continuai a buttare terra su terra e l’animale scomparve sotto la terra morta che sbuffò come fuoco spento. Giunto in giardino tuttavia cambiai idea circa il luogo dove seppellire il manoscritto e mi infilai il maglione di lana incamminandomi verso il laghetto ghiacciato dove ero solito nuotare con Nathalie. Il laghetto era diventato un burrone a soli due chilometri dalla mia casa. In esso non c’era più acqua per annegarmi, non c’erano più canneti per impiccarmi. Nel burrone si vedeva solo un’oscurità simile alle notti nelle quali di solito gli alberi ti aspettano pazienti senza potersi mai muovere. Camminando guardavo di tanto in tanto le pagine del manoscritto che erano giallo grano. La dedica era il nome di battesimo del nostro bambino. Lontanissimo, all’orizzonte, un uccello perdeva le ali e guardandolo con gli occhi acquosi provai a immaginare il mio futuro per la prima volta senza Nathalie. Arrivai sul posto e con gli occhi chiusi lasciai il manoscritto sprofondare nel burrone senza più seguirlo con lo sguardo. Ora, in questa sera che sembra giorno, mi appoggio al tavolo della cucina coi pugni serrati. Da fuori arrivano suoni di cose bellissime: tronchi che cadono, uccelli che muoiono, boati nelle valli innevate. La neve cade dal cielo lenta, insieme a uno stormo di anatre che una volta a terra rimbombano come il cuore di un bue sul tavolo da macello. Le cucino e ammiro la bellezza del gas che illumina tutta la stanza. Poi vado nella mia camera da letto. A volte ti sogno Nathalie, con lo scheletro del bambino che ti prende il viso, il bambino che ci è morto due giorni prima che tu scappassi. Che hai dato alla luce color agata poiché appena partorito soffocava senza spiegazione. Che io presi mentre il sole che risplendeva sui tuoi capelli si ritirava incontro alla finestra. Dici nel sogno: «Non respira, non ha una carnagione chiara, non apre gli occhi. Non sta esistendo!». Poi io ti abbraccio senza forza, senza gridare e lo scheletro del bambino lo adagio nella culla vuota. Il bambino dorme adesso col manoscritto, credo sopra quest’ultimo, nelle profondità del laghetto ghiacciato. Dorme quindi con la sua mamma. Lo sacrificai al buio del burrone mentre tu, incollata allo stesso maglione che ora indosso, piangevi con la bocca chiusa. Ricordo con limpidezza che sopra di me la pioggia iniziava a bruciare le piante e il mio viso. Ormai mi nascondo in questa casa, mentre il mio cuore soffoca perché vivo in compagnia di Nathalie, del bambino e di Tom, il cane. La terra sta per essere una stella marrone e dalle valli sento una donna lacrimare ogni pomeriggio. Uso le mani sulla faccia per non sentirla più e abbasso gli occhi perché io non ricordi tutto quello che è successo. Questo letto è così vuoto. Non voglio più ricordare, soprattutto il burrone. Eppure ho ugualmente paura e mi domando: «Chissà quando smetterà di piangere quella donna. È forse il segreto di Dio il pianto che lei disperde?».

 

Orazio Labbate (1985) è nato a Butera, Sicilia. È laureato in Giurisprudenza presso l’Università Bocconi. Ha pubblicato Lo Scuru (2014), Tunué, e Piccola enciclopedia dei mostri (2016), 24OreCultura. Collabora con “Huffington Post”, “Il Mucchio Selvaggio” e “Il Tascabile”. Suoi lavori sono apparsi su “Nuovi Argomenti”, “Achab”, “Nazione Indiana”, “Il primo amore”, “Repubblica nomade” e “Fuori Asse” e nelle riviste letterarie statunitensi “PEN/America” e “Guernica”. Il suo blog è Sicilia texana. Le informazioni su Stelle Ossee sono qui.